Per Confindustria e Sole 24 Ore l’assalto dei magistrati all’Ilva è una questione di secondo piano

E’ all’apparenza un atteggiamento singolare quello dei vertici di Confindustria che, sul rischio chiusura dell’Ilva, primo gruppo siderurgico europeo, non brillano né per incisività né – visti gli standard delle campagne mediatiche degli industriali organizzati – per tasso di allarmismo. Lo dimostra anche la linea un po’ ondivaga del Sole 24 Ore, l’house organ di Viale dell’Astronomia. Ma non solo quella. “Perché sequestrare le risorse finanziarie dell’Ilva, una mossa che si pone in contrasto con la legge 231 e la sentenza della Consulta?”. “L’idoneità e la completezza del risanamento erano state giudicate dalla legge e dalla Corte costituzionale come prerogative di competenza del governo. Perché il gip ritiene di poter sorpassare questa barriera giuridica?”. Leggi anche Esecutivo timido: la grande coalizione si fa piccola davanti alle toghe che assaltano l’Ilva
31 MAG 13
Ultimo aggiornamento: 08:58 | 11 AGO 20
Immagine di Per Confindustria e Sole 24 Ore l’assalto dei magistrati all’Ilva è una questione di secondo piano
E’ all’apparenza un atteggiamento singolare quello dei vertici di Confindustria che, sul rischio chiusura dell’Ilva, primo gruppo siderurgico europeo, non brillano né per incisività né – visti gli standard delle campagne mediatiche degli industriali organizzati – per tasso di allarmismo. Lo dimostra anche la linea un po’ ondivaga del Sole 24 Ore, l’house organ di Viale dell’Astronomia. Ma non solo quella. “Perché sequestrare le risorse finanziarie dell’Ilva, una mossa che si pone in contrasto con la legge 231 e la sentenza della Consulta?”. “L’idoneità e la completezza del risanamento erano state giudicate dalla legge e dalla Corte costituzionale come prerogative di competenza del governo. Perché il gip ritiene di poter sorpassare questa barriera giuridica?”. “Perché la valutazione economica del danno ambientale è stata affidata ai custodi nominati dalla procura di Taranto che ancora una volta si è sostituita ai poteri riservati all’autorità amministrativa, come affermato dalla legge 231 e dalla Corte costituzionale?”. “Dei tre custodi scelti dalla procura (due dipendenti dell’Arpa Puglia e uno del dipartimento prevenzione della Asl di Bari) nessuno ha maturato una precedente e documentabile esperienza in un’acciaieria. E’ sufficiente una laurea in ingegneria per ripensare alla radice il più grande stabilimento siderurgico d’Europa?”. Sono quattro delle ottime “Dieci domande per la procura tarantina” pubblicate due giorni fa sul Sole 24 Ore. Uno pensa: magari il quotidiano della Confindustria, che non fa che ripetere come l’industria manifatturiera sia strategica per l’Italia, e l’Ilva vitale per la sopravvivenza della manifattura italiana, ne farà un’inchiesta puntuale e abrasiva (tipo quella sulla casa dell’ex ministro dell’Economia, Vittorio Grilli). Cercando cioè oltre alle domande anche le risposte nel palazzo di giustizia di Taranto. Oppure una grande campagna delle sue, con le domande ripetute ogni giorno in prima pagina, corredate di contatori, luci rosse, gialle e verdi, e altri effetti speciali.
E invece no: quelle dieci incalzanti domande sull’Ilva del Sole 24 Ore, giornale della Confindustria, sono messe una tantum in taglio basso a pagina tre. Sovrastate da questa opinione del presidente confindustriale Giorgio Squinzi: “Alla fine il buonsenso prevalga e si trovi una soluzione”. Quale? “Lasciamoli lavorare”. Insomma: gli attacchi della procura di Taranto all’Ilva e – per la stessa opinione del quotidiano di Confindustria – a una legge dello stato e a una sentenza della Corte costituzionale – filano via così, sepolti tra editoriali omnibus sull’“Interesse nazionale” e analisi sul “Rilancio strategico dell’Italia”. Perfino la conseguenza più dirompente a livello immediato, la rivolta dei capireparto dell’Ilva minacciati dal gip Patrizia Todisco di essere personalmente inquisiti per danni ambientali “anche associandosi tra loro”, un fatto che ha il lontano precedente nella marcia dei 40 mila della Fiat (quella contro il sindacato, questa contro la procura), sul Sole 24 Ore è arrivata in ritardo e di straforo: ventidue righe all’interno martedì scorso, sotto il titolo “I capireparto vogliono dimettersi”. Solo il giorno dopo la sollevazione ha trovato un suo spazio, ma mai guadagnandosi l’onore della prima pagina. Ridotta sempre a fatto locale. Come del resto la durissima protesta di Confindustria Taranto, affogata in un pezzetto sulle ripercussioni nel Consiglio provinciale. Dice una fonte di Viale dell’Astronomia: “Sembra che la presidenza si ostini a voler considerare la vicenda Ilva come roba da cronaca cittadina se si parla della procura, mentre diventa argomento da massimi sistemi al momento di discettare del bene del paese. Si invertono cioè i termini della questione”. “In realtà – aggiunge un altro insider a colloquio con il Foglio – la linea Squinzi è: ‘Apriamo un tavolo con il governo e tutto si risolverà’”. Che è poi, guarda caso, la stessa condotta seguita fin dall’inizio dalla Cgil, che a Roma protesta per il lavoro e contro la politica ma a Taranto non chiede neppure un confronto alla procura. Del resto nelle 10.400 parole del discorso di Squinzi all’assemblea di Confindustria di giovedì 23 marzo, l’Ilva non è mai citata. Come non è mai citata la Fiat, che pure con la magistratura si è duramente scontrata. Eppure il leitmotiv squinziano è il rilancio della “manifattura in Italia”: quasi trascurando che quella di Sergio Marchionne è la prima azienda meccanica italiana, e l’acciaio dei Riva è il 40 per cento della materia principe di tutto il settore manifatturiero. Ieri sul quotidiano confindustriale è ricomparso in prima pagina il “rating 24”, i semaforetti sul grado di realizzabilità delle riforme del governo. L’Ilva però è a pagina 10.